Ogni volta che si apre la stagione dei concerti, la questione torna attuale più che mai. Possono convivere genitori e figli ai concerti? E se sì, da quando?
Sempre più giovanissimi, tra gli 11 e i 14 anni, partecipano ai concerti dei loro artisti preferiti accompagnati dai propri genitori, dove spesso l’estetica, i contenuti e l’intensità emotiva parlano a un pubblico già adolescente, se non adulto.
Un fenomeno che incuriosisce, divide, e che apre interrogativi educativi tutt’altro che banali.
Ma cosa significa, per un figlio, vivere quell’esperienza così intensa, a quell’età e con il genitore accanto? E che ruolo assume il genitore nel dire sì?
Genitori e figli ai concerti: da eccezione a normalità?
Viene spontaneo chiedersi: da quando è diventato normale accompagnare i figli preadolescenti ai concerti?
Non è una riflessione nostalgica né moralista, ma il cambiamento è evidente e solleva domande legittime.
Il concerto in sé non è il problema.
Né lo è il genere musicale, più o meno esplicito… ogni generazione ha avuto la sua colonna sonora dissonante, i suoi idoli trasgressivi, i suoi linguaggi “altri”.

Non tutte le esperienze musicali sono uguali. Alcuni eventi possono essere vissuti in famiglia, con leggerezza. Altri, invece, segnano tappe più intime di crescita, di rottura e di ricerca di sé.
Forse quello che è cambiato è il modo in cui si accede a certe esperienze, quelle che un tempo segnavano il passaggio all’adolescenza o all’età adulta oggi vengono vissute prima, e spesso dentro una cornice familiare, non tra pari.
Per molti adulti di oggi, il concerto era un luogo magico, un po’ proibito, che si raggiungeva solo quando si era “abbastanza grandi”, un luogo in cui si ritrovano simboli, linguaggi, codici estetici e valori che per molti ragazzi rappresenta una forma di appartenenza e di espressione.
Ora, invece, sembra essere entrato nel pacchetto delle esperienze da vivere in famiglia.
Un’esperienza cambiata, per entrambi
Quello che accade, allora, è un doppio spostamento.
Da un lato, il figlio vive un’esperienza che nasce da un desiderio legittimo, ma forse ancora immaturo e invece di essere vissuta come conquista, con i coetanei, viene anticipata, mediata, adultizzata.
Dall’altro lato, si inserisce un altro cambiamento: la tendenza a una “genitorialità amica”, dove il genitore si pone come complice, come pari.
Spesso il genitore agisce con amore, con l’intento di esserci, di costruire ricordi, di creare complicità.
Vuole condividere le passioni del figlio, restare vicino, evitare di apparire distante o rigido. Ma accompagnare fisicamente, anche con le migliori intenzioni, può diventare, senza volerlo, una presenza che guida troppo, che protegge prima ancora che ce ne sia bisogno.
La fatica di dire “non ancora”
Allora si potrebbe forse suggerire al figlio di aspettare, di custodire quel desiderio per viverlo poi con gli amici, con la propria voce e con il proprio corpo finalmente pronti.
Ma perché a volte è così difficile proteggere quell’attesa? Perché è così complicato rimandare, custodire, dire “non ancora”?
Forse perché si teme di deludere, di perdere il legame, di sembrare rigidi o “vecchi”.
La paura di dire no, di essere tagliati fuori da un mondo che cambia in fretta.
Il tempo della crescita
Undici, dodici anni è un’età di passaggio, piena di slanci e desideri, ma anche di fragilità, immaturità, confusione.
È naturale che si voglia “fare come i grandi”, ma proprio per questo il ruolo dell’adulto è quello di proteggerne i tempi e il ritmo di crescita.
Non è un dramma scegliere di condividere un concerto con il proprio figlio, qualunque sia l’artista. Ma a 12 anni, forse, quell’esperienza non è ancora necessaria.
Concederla troppo presto può voler dire togliere al ragazzo il privilegio dell’attesa, il gusto del desiderare, la forza del conquistarsi da solo quello spazio, un giorno, con i suoi coetanei.
In un tempo in cui tutto si anticipa, il rischio è che anche le emozioni vengano consumate troppo presto.
Il “non ancora” del genitore non è un rifiuto, è una forma di cura: alcune esperienze diventano preziose proprio perché sono aspettate, desiderate, hanno bisogno di un corpo e una mente pronti ad accoglierle.
Sui giusti no, abbiamo scritto un intero libro con Rizzoli, Impara a dire No.
Desiderare per crescere
Ricordiamoci sempre, nel nostro lavoro di genitori, che educare non significa eliminare ogni dispiacere, ma offrire contenimento e confini.
Perché è lì, nel limite, che nasce la possibilità di desiderare davvero, e di crescere.
Il concerto arriverà. E sarà ancora più bello.
Perché sarà il loro momento, non il nostro.
Noi siamo con te.
Noi di Genitore Informato siamo al tuo fianco lungo tutto il viaggio della genitorialità, dal periodo fertile, al preparto, alla vita con i bambini.
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