Genitorialità e paternità: Dal Pater Familias alla Guida Spirituale Virgiliana

Genitorialità e Paternità

Fig. 1: Il "Tondo Severiano", l'unico ritratto su tavola giunto fino a noi della famiglia imperiale romana (Settimio Severo, Giulia Domna, Caracalla e Geta). Esempio iconografico della struttura familiare dinastica antica. Altes Museum, Berlino.

Uno studio sulle trasformazioni della genitorialità e paternità e del legame filiale tra Antichità e Medioevo

Supervisione storico/scientifica: Matteo Veronesi

Abstract

Il presente contributo analizza l'evoluzione della figura paterna nel contesto occidentale, tracciando il passaggio dall'autorità giuridica assoluta del mondo romano alla dimensione affettiva e spirituale del Medioevo. Attraverso l'analisi di fonti letterarie (Dante, Agostino, Terenzio) e iconografiche, si delinea una parabola che trasforma la genitorialità da esercizio di potere a strumento di cura e iniziazione alla libertà.

L'eredità del mondo classico: tra patria potestas e invisibilità dell'infanzia

Difficile dire se, nel complesso delle sue declinazioni storiche, la paternità sia stata prevalentemente un sentimento oppure un costrutto sociale, una condizione biologica ovvero una categoria culturale soggetta come tale ad una continua ridefinizione, ad un processo e ad un divenire che condussero dall'autorità assoluta del pater familias romano alla paternità affettiva e spirituale del Medioevo.

Quando Dante Alighieri chiama Virgilio "dolcissimo padre", consegna alla letteratura occidentale una delle più alte rappresentazioni della figura paterna intesa quale guida spirituale e affettiva. Ma lungo è il cammino che conduce dalla paternità antica a quella medievale, attraverso trasformazioni sostanziali. Vi è, nell'immaginario della Grecia antica, fra età classica ed ellenistica, un singolare paradosso che colloca l'infanzia tra l'invisibilità e la rimozione da un lato, una pregnanza simbolica ora dolorosa, ora grottesca e distorta, dall'altro.

Come raccomanderà Orazio nell’Ars poetica, dell'infanticidio compiuto da Medea, che avviene rigorosamente al di fuori della scena, non devono arrivare che le grida remote e attutite, per una sorta di pudore di fronte al dolore, o di inorridita rimozione. Viceversa, in séguito, nella scultura ellenistica, ad esempio nel celebre gruppo scultoreo del bambino che strangola un'oca, la violenza non è, dal bambino, subita ma agita, ma con un'enfasi e una sproporzione che sconfinano quasi nella sfera del gioco.

Nell'antica Roma, la patria potestas attribuiva al pater familias un potere quasi illimitato sui membri della sua domus: poteva addirittura vendere i figli come schiavi, addirittura decretarne la morte per totale arbitrio (neppure per una, per quanto atroce, imposizione divina, o per un fine supremo e disumano, come nel sacrificio classico di Ifigenia o in quello biblico di Isacco).

Eppure c'è, dietro questa marmorea freddezza giuridica, tutto un mondo di sentimenti. Le lettere di Cicerone ai figli, gli scritti pedagogici di Quintiliano, le iscrizioni funerarie rivelano una palpitante dimensione affettiva; che però restava subordinata al ruolo sociale, imprigionata in esso come in una di quelle maschere funerarie che omaggiavano gli antenati, i Lari familiari. L'affetto doveva adattarsi alla cornice istituzionale. I più o meno velati conflitti fra genitori e figli che innervano le commedie di Terenzio riecheggiano di questo stridio. Il bambino era, perlopiù, per gli Antichi, un homunculus, un adulto in formazione, non un soggetto degno di per sé di attenzione. Tuttavia, sebbene la considerazione sociale dell'infanzia fosse limitata, la biologia del neonato imponeva ritmi ancestrali immutabili, scanditi da quelle che la moderna cronobiologia definisce finestre di veglia, cicli naturali di attività e riposo che trascendono le epoche storiche. L'educazione doveva formare cittadini, soldati, e, per la classe dirigente, legislatori e oratori. L'educazione doveva formare cittadini, soldati, e, per la classe dirigente, legislatori e oratori.

Il mutamento di paradigma: la rivoluzione cristiana e la paternità spirituale

Con il Cristianesimo qualcosa mutò. Gesù benedice i bambini e li presenta come modelli per l’ascesa al Regno dei Cieli. Fu un'autentica rivoluzione. Anche il bambino aveva un'anima immortale, come tale in sé degna di cura. Da ciò muovono i Padri della Chiesa. Agostino, nelle Confessioni, dedica pagine intense, quasi proustiane ante litteram, alla propria infanzia, palestra di prima formazione etica, aprendo spazi nuovi all'introspezione e alla memoria.

Ma è soprattutto con il monachesimo che nasce una nuova paternità, quella spirituale. L'Abate è "padre" della comunità monastica, guida che educa con l'amore e l'esempio più che con la coercizione. Ma nell’Alto Medioevo le proibitive condizioni di vita limitavano gli aspetti affettivi, facendo prevalere la mera e dura sopravvivenza.

Il Basso Medioevo e la nascita della sensibilità moderna

Fra XII e XIII secolo si assiste a una trasformazione decisiva. La ripresa economica, l'urbanizzazione, l'affermarsi di nuclei familiari definiti e ristretti, più simili alla famiglia in senso moderno, sollecitano la genesi di una letteratura di carattere specificamente morale ed educativo (ad esempio raccolte di exempla storici e religiosi).

È in questo nascente nucleo familiare più intimo che si pongono le basi per le moderne dinamiche di accudimento e per la genesi delle associazioni del sonno, segnando il lento passaggio dalla gestione comunitaria a quella privata del riposo e del conforto

La Vergine con il Bambino diventa una delle iconografie più importanti; Gesù viene rappresentato sempre più spesso come un vero e proprio bambino trepidante di affetto; Giuseppe come un padre sollecito. La spiritualità francescana, intrisa di tenerezza amore emozione, legittima il sentimento come nucleo sia dell'esperienza religiosa che del vincolo familiare.

Permaneva, ciononostante, una struttura sociale rigida, con matrimoni combinati e donne assoggettate; anche se nel cosiddetto Autunno del Medioevo, rappresentato da Boccaccio, si profilava già, segretamente (come del resto nel mondo islamico con alcune novelle amorose delle “Mille e una notte” e con la stessa figura dell’astuta Sheherazade), un certo borghese e laico margine di edonismo e spregiudicatezza.

La sintesi dantesca: Virgilio e la pedagogia della libertà

Quando Dante scrive "dolcissimo padre" e "dolce padre caro" sta costruendo un'immagine di paternità che sintetizza secoli di mutamento culturale e si protende al futuro. Quella di Virgilio non è guida autoritaria, ma attenta e amorevole sollecitudine nei confronti del figlio-discepolo. Virgilio, come Dio nell’Antico Testamento, è Padre e Madre. Fermo e tenero, pronto a consolare e ad illuminare.

Ma Virgilio è anche una figura genitoriale che accompagna verso un distacco necessario. Il suo compito è condurre Dante fino al punto in cui non può più seguirlo: fino alla soglia del Paradiso, laddove Beatrice (anch'ella definita come Madre) prenderà il suo posto. Il fine della genitorialità non è dunque il possesso e il controllo, ma la libertà.

La paternità virgiliana è spirituale, non biologica, ma proprio per questo ancor più significativa: un legame che si costituisce nell'incontro, nella cura, nella trasmissione della humanitas, della tradizione classica fusa con il sentimento e l'emozione. Quest’idea di paternità fondata sull’affetto e sull'intelletto, non sulla biologia, ha attraversato l'Umanesimo, il Rinascimento, la Modernità, giungendo (declinata e rivissuta in vari modi) fino a noi. Questa visione della genitorialità non come imposizione di potere, ma come promessa di cura, come iniziazione e viatico alla libertà, può essere viva ancor oggi.

Riferimenti bibliografici e fonti

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